Skin Positivity: la strada per accettare la propria pelle e cambiare il concetto di bellezza

Non c’è body positivity senza skin positivity, il movimento nato per promuovere l’accettazione della propria pelle così com’è, senza filtri, ritocchi o make up super coprente.

Mentre il più ampio movimento della body positivity si è sviluppato già da diversi anni (tra molte difficoltà e discussioni online), il ramo della skin positivity è relativamente più recente. Anche in Italia sta iniziando a diffondersi sempre di più, anche grazie all’appoggio di alcune celebrità.

Tra queste c’è ad esempio Aurora Ramazzotti, seguitissima e amatissima influencer che ha condiviso sui social il suo percorso di accettazione della propria pelle al naturale, suscitando molte risposte positive e di supporto.

Ma non è l’unica. Quest’anno, al Met Gala, uno dei più importanti eventi annuali dedicati al mondo del fashion, Cara Delevingne ha deciso di sfilare mostrando la sua psoriasi senza vergogna. L’attrice e modella britannica, infatti, aveva in passato dichiarato che proprio lo stigma legato alla sua psoriasi l’aveva portata a smettere di sfilare.

Perché la skin positivity è importante?

La skin positivity è importante perché si oppone ai modelli perfetti a cui siamo esposti ogni giorno dai media e dai social network: pelli perfette (insieme a corpi perfetti), che nascondono in realtà un complesso processo di editing e post-produzione di cui spesso non siamo in grado di renderci conto.

Il risultato è un forte senso di inadeguatezza per com’è la nostra pelle. Con qualche brufolo, i punti neri, magari le prime rughe, in due parole: imperfetta e normale.

Ma non deve essere per forza così. La skin positivity, come la body positivity, è una forma di attivismo che ci insegna finalmente a mettere in discussione tutti i modelli irrealistici che vediamo quotidianamente, che normalizza le nostre imperfezioni, che ci aiuta ad accettarci nella nostra interezza.

Il problema riguarda più frequentemente le persone che si identificano nel genere femminile, ma anche in quelle di genere maschile la pressione estetica verso una pelle perfetta può causare stress e frustrazione.

Il ruolo dei social: il loro potere e il loro pericolo

Qual è il ruolo dei social network nella battaglia della skin positivity?

Se da una parte è vero che i social sono un potente mezzo di diffusione di cause come quella della body e della skin positivity, è anche vero che sono proprio i social network ad essere tra i più potenti mezzi di diffusione di modelli di bellezza irrealistica.

Il potere dell’utente, in questo senso, è di scegliere quali profili seguire per essere esposto il meno possibile a queste immagini poco aderenti alla realtà. Tuttavia, quando si naviga sui social è spesso difficile tenere a mente che molte di quelle che si vedono sono immagini prodotte a seguito di un massiccio uso di strumenti di editing e fotoritocco.

Dall’altra parte, è anche vero che il movimento skin positive ha iniziato a prendere piede proprio grazie ai social network, su cui è iniziato a diffondersi #skinpositivity alcuni anni fa.

Inoltre, oggi social come Instagram si stanno sempre più popolando di progetti che parlano di body positivity e che la abbracciano completamente.

Uno di più interessanti è quello di Peter DeVito, fotografo e illustratore americano che dedica molti dei suoi scatti alla rappresentazione autentica degli esseri umani.

Le sue foto mostrano corpi e pelli di ogni tipo, senza tralasciare le rappresentazioni di albinismo, vitiligine, acne e molto altro. L’obiettivo di questo progetto fotografico è di lanciare il messaggio che la perfezione non esiste, combattendo stereotipi e rappresentazioni distorte della realtà umana.

Skin positivity e make up non vanno d’accordo?

Ma quindi, assumere un atteggiamento skin positive vuol dire non indossare mai il trucco?

Non proprio.

Il movimento della skin positivity promuove l’importanza di amare la propria pelle per quello che è veramente, liberandosi delle influenze negative dei modelli imposti dalla società e dalla cultura mediatica contemporanea. Tuttavia, questo non significa rinunciare al make up.

Infatti, innanzitutto bisogna considerare che, pur condividendo i principi della skin positivity, non tutte le persone possono sentirsi subito pronte ad abbandonare l’utilizzo del fondotinta.

La skin positivity, inoltre, non deve essere vista come un movimento che proibisce l’utilizzo del make up, ma che piuttosto ci ricorda quanto è importante riuscire ad accettarci anche senza di esso. Il make up secondo la skin positivity è qualcosa che possiamo utilizzare per valorizzarci, ma che non dobbiamo sentirci obbligati a indossare.

E i brand più attenti non restano certo insensibili alla skin positivity.

Molti dei consumatori che oggi popolano il mercato del make up finalmente rifiutano tutte quelle immagini così patinate che risultano irrealistiche anche per una pubblicità di cosmetici.

Un brand di trucco che inizia ad utilizzare nelle proprie campagne promozionali delle immagini prive di editing (o comunque abbandonando la post-produzione da pelle levigata e liscia come la seta) non passa inosservato davanti ai consumatori sempre più sensibili alle tematiche body positive.

Brand di questo tipo possono comunicare empatia, vicinanza, capacità di sfidare lo status quo in termini di bellezza. Ma così com’è importante comunicare l’adesione del brand a questi valori, è altrettanto importante essere in grado di dare vita a iniziative concrete che sostengano tale adesione.

brand skin positive

Il brand che ha aperto la strada alla comunicazione skin positive

Il primo brand a dimostrare che cosmesi e skin positivity non sono incompatibili è stato Dove, grazie alla sua campagna Dove Real Beauty. La campagna risale al 2004, già molto tempo prima che si parlasse massivamente di body positivity e di skin positivity.

La campagna di Dove è partita da una ricerca svolta dall’agenzia di comunicazione Ogilvy, intervistano donne di diversa età. L’indagine ha rivelato che solo il 2% delle donne intervistate si sentiva bella.

Da questo insight ha preso forma una delle campagne più iconiche di sempre. Dove ha ridefinito la propria strategia, sintetizzata dalla frase: “Far sentire le donne a proprio agio nella propria pelle e creare un mondo dove la bellezza sia fonte di autostima e non di ansia”.

Una perfetta sintesi di una mission skin positive, nata molto tempo prima dello sviluppo del vero e proprio movimento.

La campagna inizialmente prevedeva una serie di cartelloni pubblicitari che mostravano, al posto delle modelle perfette, normali donne, di diverse età e taglie. Allo spettatore veniva data la possibilità di votare tra due definizioni di quel volto. Ad esempio, mostrando l’immagine di una donna con le rughe, venivano proposte due definizioni alternative: wrinkled or wonderful? (rugosa o meravigliosa?).

Lo scopo di questa iniziativa è stata quella di proporre una nuova definizione di bellezza comunemente condivisa, basata sulla reale bellezza delle donne, priva di filtri e di ritocchi irrealistici.

Il successo della campagna fu tale che Dove decise di portarla avanti con altre azioni che avessero un impatto concreto sulla vita delle donne. Una di queste è il Dove Self Esteem Project.

Un’ulteriore ricerca svolta per Dove ha infatti rivelato che nel Regno Unito, già in giovane età, circa 9 ragazze e bambine su 10 hanno problemi di autostima riguardo al proprio corpo.

Dove ha dunque pensato a un programma educativo rivolto a bambine e bambini già a partire dagli 8 anni. Il programma si focalizza sulla costruzione della propria autostima e sulla ridefinizione di un concetto sano di bellezza.

Il programma contiene risorse educative per i bambini, ma anche per i genitori e per gli insegnanti. L’obiettivo è aiutare tutte le generazioni a impegnarsi in un dibattito costruttivo, sano e dall’impatto positivo a riguardo del concetto di bellezza.

Make up, marketing, social media: come possono diventare alleati skin positive

Make up, marketing e social media: è innegabile come questi tre elementi abbiano a lungo promosso una rappresentazione irrealistica di bellezza.

Il make up è stato raccontato e pubblicizzato per molto tempo come qualcosa di necessario, di irrinunciabile, senza il quale molte donne non si sentono più sicure a uscire e mostrarsi alle altre persone.

Il marketing e i social media, dall’altra parte, si sono proposti come mezzi di comunicazione e diffusione di modelli di bellezza sempre più pervasivi. Talmente pervasivi da far diventare normalità ciò che normalità non è.

Ma allora questi mezzi come possono aiutare il movimento skin positive? Cambiando la narrativa!

Il make up, ad esempio, non dovrebbe più fondarsi sull’idea di un prodotto irrinunciabile ed essenziale, ma diventare uno strumento in grado di far risaltare la propria bellezza, quella bellezza che esiste ogni giorno, indipendentemente dall’utilizzo del trucco.

Cambiare la narrativa è un passo importante che dovrebbero fare tutti i brand, non solo quelli di make up. Le pubblicità di ogni tipo di prodotto ci mettono davanti dei modelli statuari e delle modelle perfette, che nella realtà non esistono, e in cui i consumatori si identificano sempre di meno.

Avere il coraggio di mostrare la realtà per quella che è, senza normalizzare la perfezione inesistente, è un cambiamento che potrebbero e dovrebbero fare tutti i brand, dalla moda durante la fashion week fino alla pubblicità dello yogurt che vediamo in tv appena ci alziamo.

In questo, uno dei primi brand ad aver mostrato una propria testimonial senza fotoritocchi da post-produzione è stata Make Up Forever, nella pubblicità di uno dei suoi fondotinta, a riprova del fatto che make up e skin positivity possono essere alleati.

Anche Unilever ha fatto un passo importante, decidendo di eliminare la parola “normale” dalle confezioni e dalle pubblicità di tutti i propri brand di personal care. L’obiettivo è lanciare il messaggio che la bellezza non ha alcuno standard da rispettare.

I brand del mondo beauty hanno creato il modello irrealistico di bellezza a cui siamo abituati. Dunque, sono questi brand che oggi hanno la responsabilità di sfidare lo status quo con la propria comunicazione, di cambiare la narrativa. Hanno la responsabilità di intervenire su cosa definiamo come “bello” o come “normale”.

La bellezza di oggi è autenticità e inclusione. Questo i consumatori lo sanno, soprattutto quelli della Generazione Z. Sono loro, infatti, che considerano il make up come un mezzo di espressione del proprio sé piuttosto che come uno strumento per nascondere i propri difetti.

Ma questo cambiamento non riguarda solo i brand di make up o skin care. Nel 2015, anche il brand di intimo Aerie ha smesso di utilizzare Photoshop per ritoccare le proprie modelle e nascondere cellulite e smagliature. Il risultato? Un aumento del fatturato del 13%.

Il marketing e i social, dall’altra parte, possono cambiare direzione e iniziare a diffondere un modello più realistico di bellezza. In quanto mezzi di diffusione e di promozione di modelli sociali e culturali, comunicazione, marketing e social potrebbero avere un ruolo fondamentale nel cambiamento della narrazione della bellezza.

Questi cambiamenti mediatici sono infatti tutti fondamentali affinché sia la bellezza reale, e non quella artificiale e inesistente, a diventare mainstream.

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