Perché è arrivato il momento di ripensare il cibo: l’impatto ambientale della filiera agroalimentare

Panoramica dell’impatto della filiera agroalimentare sull’ambiente

La filiera è l’insieme di attori, passaggi, trasformazioni che un prodotto compie dalla sua nascita al suo consumo finale.

Quando Louis Massis, padre dell’economia agro-alimentare ha definito la filiera, si riferiva a tutti i fattori più o meno diretti che contribuiscono al viaggio del cibo, ma non solo, dal campo alla tavola di un commensale, quasi a voler connettere una macchina agricola, il packaging e un piatto di pasta.

Il sistema agroalimentare è composto da tutte le attività di produzione, trasformazione e distribuzione degli alimenti.

Per immaginare i fattori che entrano in gioco in questo palcoscenico, si deve partire dall’agricoltura e dal settore primario e percorrere la strada che passa per l’industria alimentare, con le tecnologie di trasformazione, per la distribuzione, con la logistica dell’ingrosso del dettaglio, fino ad arrivare alla ristorazione, cioè al settore Ho. Re. Ca.

Cosa comporta questa rete di interazioni fra i vari protagonisti?

In uno studio pubblicato su Science, “Reducing food’s enviromental impacts through producers and consumers” (2018), si evince come le diete e le pratiche di produzione attuali, per soddisfare le esigenze della popolazione mondiale non riescano a impedire il deterioramento degli ecosistemi terrestri e acquatici, l’impoverimento delle risorse idriche e l’andamento del cambiamento climatico.

Non esistono mai soluzioni semplici a problemi complessi e trovare strategie efficaci nella diversificata gamma di produttori che caratterizzano il settore agricolo e alimentare non è immediato e coinvolge i sistemi economici dell’intero pianeta.

Più di 570 milioni di aziende agricole producono in quasi tutti i climi e i terreni del mondo, ognuna delle quali utilizza metodi agronomici molto diversi; le dimensioni medie delle aziende agricole variano da 0,5 ettari in Bangladesh a 3000 ettari in Australia e l’uso medio di fertilizzanti minerali varia da 1 kg di azoto per ettaro in Uganda a 300 kg in Cina.

Anche se quattro colture forniscono la metà delle calorie alimentari della Terra,  in realtà esistono più di 2 milioni di varietà distinte registrate nelle anagrafi delle sementi.

L’impatto che ha un’industria alimentare sull’ambiente può essere analizzato mediante l’analisi del ciclo di vita (LCA, Life Cycle Assessment) basato sui passaggi che compongono l’intera filiera.

Gli studi di LCA si basano su tre indicatori di sintesi dell’impatto ambientale, che corrispondono al consumo di acqua, all’utilizzo dei suoli e all’emissione dei gas serra:

  • Water footprint: misura il volume di acqua usata per le diverse fasi di lavorazione di un prodotto alimentare
  • Ecological footprint: misura la superficie sia terrestre che marina funzionale alla produzione
  • Carbon footprint: misura le emissioni di gas serra che hanno un impatto cruciale sull’ambiente. Riguardano tutte le fasi di produzione, sino allo smaltimento del prodotto.

Nel rapporto “Sustainable diets and biodiversity” la FAO lancia un messaggio di urgenza e allarme che richiama ad affrontare l’evidenza di un sistema alimentare insostenibile a livello mondiale.

L’urgenza risiede soprattutto nella progettazione di nuove strategie per accogliere la popolazione presente e futura nei propri bisogni e nella garanzia di benessere.

In questo contesto, c’è bisogno di diete sostenibili, a basso consumo, basate su prodotti locali e stagionali, supportate dall’educazione alimentare  che si riflette sulle scelte appropriate e su un modello consumistico consapevole e responsabile.

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    La storia dell’agricoltura mondiale è strettamente intrecciata con quella dell’evoluzione della civiltà umana e delle sue diverse culture e comunità in tutto il mondo.

    Nella maggioranza dei paesi in via di sviluppo, l’agricoltura e la vita rurale sono indissolubilmente legate alle antiche tradizioni culturali, alle istituzioni locali e ai valori della comunità e questo è prevalentemente condizionato dalle conoscenze e dalle esperienze accumulate nella gestione delle risorse naturali.

    Le aziende che producono carne e latticini hanno un impatto sull’ambiente non indifferente: rilasciano nell’atmosfera più anidride carbonica delle industrie energetiche e in prospettiva nel 2050 le industrie alimentari potrebbero influire pesantemente sul cambiamento climatico per l’erosione del carbon budget annuale, per il contributo all’aumento delle temperature, per la deforestazione, con conseguente perdita di biodiversità e il consumo indiscriminato di acqua dolce.

    In Europa si producono annualmente circa 2,5 miliardi di tonnellate di rifiuti e sono molte le iniziative politiche in atto per cercare di aggiornare le norme che tutelano l’ambiente in termini di gestione dei rifiuti.

    Da dove ripartire?

    L’attuale sistema agroalimentare produce sprechi, inquina l’ambiente, deteriora le risorse naturali e la biodiversità, espone i lavoratori ai pesticidi, produce resistenza agli antibiotici, comporta morte prematura a causa del particolato nell’aria e contamina le acque.

    In questo scenario catastrofico, il comportamento di molti consumatori può cambiare con una maggiore consapevolezza, con l’educazione e la guida delle istituzioni in questa presa di coscienza.

    Le persone hanno modificato la propria dieta negli ultimi anni, con la diminuzione del consumo di carne e una maggiore connessione con le modalità di produzione del cibo e la sua provenienza.

    Le tecnologie alimentari inoltre, sono accorse in aiuto per poter fornire proteine di elevata qualità di derivazione vegetale.

    L’approccio dell’economia circolare per il cibo, ad esempio, emula i sistemi naturali di rigenerazione e diminuisce drasticamente la quantità di rifiuti che si trasformano nella materia prima per un nuovo ciclo produttivo.

    Le risorse provenienti dagli scarti alimentari sono prive di contaminanti e possono tranquillamente essere restituite al suolo sotto forma di materiale organico fertilizzante.

    Alcuni di questi sottoprodotti possono costituire un valore aggiunto anche per altri comparti, attraverso la fornitura di tessuti per l’industria della moda o fonti di bioenergia.

    Alcuni esempi

    Origin Enterprises

    “The Future of Farming”. Questo gruppo focalizzato sulla consulenza in campo agricolo, si occupa di fornire servizi in materia agronomica, nella digitalizzazione dell’agricoltura e nello sviluppo di tecnologie innovative completamente orientato alla sostenibilità.

    Grazie a un comitato scientifico di elevatissimo profilo, questa compagnia ottimizza la produzione agricola e alimentare attraverso l’innovazione, la ricerca e lo sviluppo di business.

    La massimizzazione del profitto e la riduzione del rischio è studiata per ogni cliente con una strategia tailor made e perfettamente adattata all’ambiente di azione.

    La società è irlandese e ha sedi in Polonia, Regno Unito, Belgio, Ucraina, Romania e Brasile.

    Viva – La sostenibilità nella Vitivinicoltura in Italia

    Il progetto “Viva – La Sostenibilità nella Vitivinicoltura in Italia” è promosso dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e ha l’obiettivo dimisurare, monitorare e migliorare l’impatto sull’ambiente di aziende vitivinicole.

    L’etichetta Viva è rilasciata alle aziende, che in seguito alla sottoscrizione di un accordo volontario con il Ministero dell’Ambiente, hanno concluso l’analisi degli indicatori di sostenibilità e ottenuto il certificato di verifica da parte di un ente terzo indipendente, cioè non coinvolto nell’esecuzione dell’analisi o nello sviluppo delle relazioni conclusive.

    La misurazione degli indicatori è orientata alla salubrità dell’aria, dell’acqua e alla carbon footprint, oltre che alla gestione agronomica del vigneto, legata all’utilizzo di farmaci, fertilizzanti e uso dei macchinari agricoli.

    Caseificio Tomasoni

    Questo caseificio di Breda di Piave ottimizza i processi produttivi, riduce i consumi energetici grazie ad impianto di illuminazione a led e impiega un complesso sistema di compostaggio per ridurre al minimo la produzione dei rifiuti

    Sul tetto del caseificio è stato installato impianto fotovoltaico di 300 mq realizzato con pannelli di tipo monocristallino e la cui potenza totale è di 70 Kw/h, il Caseificio di Breda di Piave registra un risparmio energetico annuo di 32.135 kg di CO₂ e di 14 tonnellate all’anno di petrolio.

    Durante i processi produttivi, l’acqua viene depurata e risanata per poi essere riutilizzata come risorsa  per irrigare i campi circostanti: questo è possibile grazie ad un moderno impianto di depurazione biologica a ciclo discontinuo, che permette inoltre di utilizzare i fanghi in agricoltura come concime organico.

    Il siero del latte rimanente viene concentrato più volte attraverso un processo di osmosi, poi polverizzato e destinato alla produzione di ricotta o semplicemente all’industria alimentare.

    L’acqua usata per questo processo di osmosi è anch’essa recuperata, rigenerata, demineralizzata e riutilizzata per il risciacquo degli impianti di lavaggio.

    BILLERUDKORSNAS

    Questa azienda svedese ha scelto di sfidare il packaging convenzionale a favore di un futuro sostenibile e utilizza materiali di imballaggio basato sull’utilizzo di fibre naturali, apprezzato da clienti in oltre cento paesi.

    L’innovazione e l’espansione della catena di valori sono i driver fondamentali di questa azienda che ha capito prima di molti che una posizione forte e consolidata nel panorama della sostenibilità è una strategia lungimirante.

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