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Rinnovare i quartieri e gli spazi commerciali: si può rigenerare senza gentrificare?

di Alessandro Biraglia (PhD), Docente presso la Leeds University Business School, Global Marketing e Comportamento del Consumatore

Negli ultimi anni è stata posta grande enfasi sulla rigenerazione degli spazi urbani. A volte, tale dibattito è connesso a discussioni su quali siano i costi di tali operazioni e su chi (tra enti locali e governo centrale) debba farsi promotore di tali iniziative. 

Si è assistito pertanto a diversi approcci all’argomento.

Da una parte, molti centri hanno operato piccoli ammodernamenti e rigenerazioni soprattutto degli spazi periferici. In un’ottica che l’architetto – e senatore della repubblica – Renzo Piano ha definito “rammendi urbani”.

Dall’altra parte vi sono casi in città di tutto il mondo dove massicci programmi di spesa pubblica e privata hanno trasformato la struttura di intere aree urbane suburbane. Interi quartieri sono stati trasformati e riqualificate, con zone abbandonate o parzialmente fatiscenti che diventano attraenti luoghi residenziali e commerciali.

Esempi lampanti possono essere visti in grandi metropoli come New York e San Francisco, dove quartieri come Bushwick o Mission hanno radicalmente cambiato volto.  In Italia, una simile situazione può essere ritrovata in quartieri come la Bolognina a Bologna, Testaccio a Roma, o Isola a Milano.

Dal punto di vista del marketing, un cambiamento nella geografia e demografia delle aree urbane e suburbane può comportare anche un cambiamento negli spazi di vendita al dettaglio.

Il portfolio di negozi e attività che compone un quartiere gioca un ruolo cruciale sulle impressioni che gli individui formano sulle caratteristiche di un quartiere.

Girando per un quartiere, i consumatori possono esprimere il proprio giudizio su quanto possa essere vivibile, sicura e piacevole un’area della città: la semplice presenza di alcuni punti vendita anziché di altri è un indicatore chiave della composizione delle aree della città.

Studi effettuati in passato hanno anche dimostrato come, in parallelo al ruolo del mercato nel Medioevo, i negozi nelle strade o nei centri commerciali delle città costituiscano il luogo di ritrovo per gli individui per incontrarsi e socializzare.

Tuttavia, a causa dell’ascesa dello shopping online – in cui tutto è a portata di clic dal consumatore – e anche a causa della lenta capacità di innovazione dello spazio di vendita “fisico”, tali interazioni sociali ​​sono oggigiorno sempre più sporadiche.

La recente pandemia ha ulteriormente inasprito tale situazione. E un’eventuale drastica riduzione dei consumi potrebbe rivelarsi in alcuni casi fatale per il retailing.

Insieme a questa mancanza sociale ed economica, i negozi vuoti o serrati contribuiscono anche a un più generale degrado dell’ambiente dei quartieri. Pertanto, la creazione e il ringiovanimento degli spazi commerciali (di pari passo alle strutture residenziali e di lavoro) ha contribuito a rimodellare i paesaggi delle città.

Nonostante questo processo abbia dimostrato di avere successo in una serie di casi, in altri ha anche generato uno sfollamento delle comunità originarie che vivono nelle aree, in favore di gruppi di diverse classi sociali.

Nuovi bisogni, nuove abitudini e nuovi stili di vita hanno pian piano soppiantato quelli originali, influenzando anche il parterre di attività disponibili e l’offerta commerciale dei negozi. Questo fenomeno è comunemente definito “gentrificazione del quartiere” ed è stato documentato avere un grande impatto sull’identità autentica dei quartieri e dei propri abitanti.

Sulla base di tali situazioni, ci si pone due interrogativi:

Possono autorità locali, aziende, comunità, costruttori e accademici cooperare per effettuare un ringiovanimento sostenibile?

Ci sono strategie praticabili per ringiovanire i quartieri senza gentrificarli?

Le risposte a queste domande sono molteplici. Così come sono molteplici le possibilità di azione, cooperazione e intervento. Sta a noi scegliere da che parte iniziare

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