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Il Fattore Umano nel mondo del lavoro 4.0

di Selena Tomei (PhD), Formatrice AIF e Orientatrice Asnor, Founder SOS Skills

L’emergenza legata al Covid-19 ha senza dubbio accelerato la cosiddetta invasione tecnologica. Ma quali sono i suoi effetti sul mondo del lavoro e sull’occupazione? Il fattore umano è davvero sotto minaccia e stiamo davvero assistendo ad una progressiva disoccupazione tecnologica?

Non c’è dubbio che dal punto di vista degli imprenditori, le macchine e in generale la digitalizzazione, hanno prodotto innumerevoli benefici soprattutto in termini di produttività. Dal punto di vista dei lavoratori, al contrario, la progressiva digitalizzazione ha prodotto, oltre ad un crescente tasso di disoccupazione, una schiera di professionisti non più “professionalizzati” a causa delle competenze sempre più specialistiche e settorializzate che vengono richieste per ricoprire ruoli che fino a pochi anni erano completamente dipendenti e appannaggio della competenza umana (si pensi, ad esempio, al ruolo della segretaria).

Che stiamo assistendo ad un radicale cambiamento, questo è sicuro, come è sicuro anche che questi cambiamenti non sono nuovi e non è la prima volta che accadono nella storia (si pensi, ad esempio, agli effetti ben più significativi della prima e della seconda rivoluzione industriale).

Sposando un punto di vista ottimistico, le macchine e la digitalizzazione hanno di fatto molto migliorato la qualità del lavoro (aumentando la produttiva e riducendo i rischi ad esso correlati) e, in realtà, non hanno mai completamente sostituito l’uomo.
Perché dovrebbe accadere proprio ora?

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Sempre rimanendo ottimisti, la digitalizzazione ha liberato e libera gli uomini, lasciando innumerevoli spazi aperti per la creatività, l’innovatività e la proliferazione di nuove idee. Nondimeno, è vero che alcune mansioni sono state automatizzate e di fatto tolte alla competenza umana, ma nel contempo sono fiorite e stanno fiorendo nuove professionalità che implicano l’acquisizione di competenze sempre più complesse (con indubbie opportunità per chi le possiede o intende mettersi in gioco per acquisirle).

Inoltre l’innovazione crea nuovi bisogni a cui, a volte, è proprio la competenza umana a dovervi rispondere: è fuori di ogni dubbio infatti, che le macchine possono essere brave a dare risposte, ma c’è una cosa che le macchine non possono fare e dove non possono sostituire l’uomo, ovvero fare le domande giuste o risolvere un problema che devia dai processi automatizzati. Queste sono capacità squisitamente legate alle competenze umane che hanno a che fare con il pensiero creativo, l’intuito, l’empatia, l’etica, la capacità di risolvere dilemmi morali, dove l’uomo difficilmente potrà essere sostituito dalle macchine.

La vera sfida per l’uomo nel mondo del lavoro 4.0 quindi, non è evitare di essere sostituito dalle macchine (perché probabilmente non lo sarà mai), ma sviluppare e acquisire quelle competenze che lo possano rendere competitivo in un mercato sempre più settorializzato ed esigente. La vera sfida è, in sostanza, capire in che modo colmare il gap tra competenze acquisite e competenze richieste dal mercato.

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